Il delitto di un marito degenerato

Si continua a parlare in Italia di come le donne continuano ad essere le vittime delle ossessioni dei loro mariti o compagni, una passione non più corrisposta che degenera in violenza. Non un fenomeno nuovo ma che nei secoli è stato vissuto e documentato con punti di vista diversi dagli attuali.

Parlo ora di una vicenda di oltre un secolo fa. Partiamo dallo scenario familiare in cui sono cresciuti i protagonisti del dramma. Due diverse famiglie unite in intreccio degno di una soap opera.

1850. Nasce Lorenzo Dimita in una famiglia di contadini.

1866. Nasce Rosa Lazazzara, anche lei in una famiglia di contadini.

1873. A ventitré anni Lorenzo Dimita sposa Filomena Natuzzi, un anno più grande di lui.

1886. Nasce Raffaele Dimita da Lorenzo Dimita e Filomena Natuzzi. Raffaele è uno dei protagonisti centrali della vicenda che in seguito descrivo.

1886. Pochi mesi dopo la ventenne Rosa Lazazzara sposa il coetaneo Angelo Leone.

1891. Nasce Laura Leone da Rosa Lazazzara e Angelo Leone. Non è la primogenita. La coppia aveva avuto in precedenza un’altra bambina a cui venne dato lo stesso nome, ma deceduta in tenera età. Laura è una dei protagonisti centrali della vicenda che in seguito descrivo.

1902. Muore Angelo Leone a 36 anni e così Rosa Lazazzara rimane vedova.

1907. Muore Filomena Natuzzi a 57 anni e così Lorenzo Dimita rimane vedovo.

Le famiglie Leone e Dimita si avvicinano, fondendosi a metà giugno 1908.

1908. Raffaele Dimita e Laura Leone si sposano il 15 giugno. Lui è un pastore di capre e lei ha appena 17 anni.

1908. I registri di matrimonio riportano che i loro genitori, Lorenzo Dimita e Rosa Lazazzara, entrambi rimasti vedovi, si sposano tra loro, il 16 giugno, il giorno dopo dei rispettivi figli! Lorenzo aveva 57 anni e Rosa ne aveva 41. Si tratta di una situazione abbastanza rara ma non unica. Ho descritto una situazione analoga anche per la famiglia di suor Chiara Giannini. In sostanza si tratta di un modo utilizzato allora per non disperdere il proprio patrimonio e la forza lavoro delle proprie famiglie, quindi una motivazione anche economica.

A questo punto sembrerebbe andar tutto bene, due famiglie molto legate, ma non è proprio andata così. Vediamo quindi da quale evento è partita questa ricerca…

Corriere delle Puglie del 05/02/1915
Corte d’Assise di Bari
Il delitto di un marito degenerato
Uccide la moglie a colpi di randello

Nel 1908 il capraio Raffaele Dimita di Lorenzo Dimita, nato ventinove anni orsono a Santeramo in Colle, si unì in matrimonio con Laura Leone, malgrado differenza di condizioni di famiglia, età e di salute che esisteva fra loro.
L’accordo fra i coniugi durò poca tempo e presto cominciarono i litigi e gli alterchi, che poi divennero quanto mai frequenti.
Laura si dette ad altri amori e di tale stato di fatto approfittò il Dimita, il quale, poco amante del lavoro, intendeva vivere alle spalle della moglie, non curandosi punto della vita dissipata che essa menava.
Una sera del giugno 1911 il Dimita trovò la moglie a letto ed ebbe da lei la confessione che certo Angelo Raffaele Giove aveva tentato di farla segno ad atti di brutale violenza. Il Dimita, irritato, sporse querela contro il Giove, il quale fu, dal Tribunale Penale di Bari, condannato ad un anno di carcere, pena confermata in Corte d’Appello e in Cassazione.
Furono allora fatte pratiche presso i due coniugi per la remissione della querela, al che il Dimita addivenne previo pagamento da parte del Giove di 700 lire; altre 100 ne ebbe la Leone.
Costei strinse poi amicizia con tale Francesco Lopane, di Giuseppe Lopane, il quale trascorreva le notti nello stesso letto maritale.
Il Lopane dava denaro al marito della druda, il quale tollerava la tresca.
Al “menage” domestico pensavano a volte il Lopane, a volte il Dimita, ma più spesso il primo che l’altro.
Nel febbraio 1913 i coniugi si separarono e il Dimita andò ad abitare presso suo zio Domenico, mentre la Leone ritornava nella casa materna, senza però troncare i rapporti col Lopane.
Il 22 giugno il Dimita si recò in contrada “Montefreddo” per far pascolare le capre.
Nel pomeriggio la Leone, con le sorelle Anna e Lucia Lopane, uscì dal paese per recarsi in un fondo di proprietà dei suoi parenti a raccogliere olive.
Giunte ad un chilometro dalla meta le donne s’imbattettero in tre giovani che mietevano il frumento. Laura chiese notizie del marito e le fu risposto che la mattina era stato visto salire sulle Murge, donde non era ancora disceso.
Improvvisamente comparvero sulla cresta del colle alcune capre e subito dopo si vide sbucare il Dimita.
La Leone, alla vista del marito, si dette a correre e scavalcò il muro d’un fondo vicino. Fu però raggiunta dal consorte che la redarguì con parolacce. E dato di piglio ad una mazza che aveva, la colpì alla testa ripetutamente. La Leone tentò di fermare la mano del forsennato marito, anzi venne con lui a colluttazione, poi fece l’atto di fuggire, ma fu raggiunta in contrada “Gianferrante” e finita a colpi di bastone.
Certo Rocco Labarile cercò di allontanare il Dimita, ma fu da questi minacciato di morte.
Compiuto il delitto il Dimita radunò le capre che si erano sparpagliate nei campo e riprese la strada di Santeramo dove, giunto, consegnò il bestiame a tale Oronzo, conosciuto meglio col nomignolo di “Di Cristo”, e si dette alla latitanza.
Ritornò una seconda volta dove era la moglie per vedere se essa fosse ancora in vita e, benchè la disgraziata fosse già morta per frattura della scatola cranica con fuoriuscita di sostanza cerebrale, continuò a percuoterla.
Alle 2 dopo mezzanotte, il Dimita fu tratto in arresto in contrada “Curtomartino”.
Al delegato di P. S. e al maresciallo dei RR. CC. che lo interrogarono confessò cinicamente il fatto, dichiarandosi lieto del delitto commesso.

Ieri il Dimita comparve dinanzi il Circolo straordinario della nostra Corte d’Assise per rispondere di uxoricidio.
Presiedeva il cav. D’Adamo. L’udienza fu dedicata all’interrogatorio dell’accusato; alla deposizione della parte lesa Rosa Lazzazzera. fu Nicolangelo Lazzazzera, madre della Laura Leone, che ha sposato in seconde nozze il padre dell’uxoricida, e alla escussione del testimoniale.
Fu sentito anche il drudo della Leone, Francesco Lopane, che è detenuto per furto.
Il teste a discarico Giuseppe Oronzo Giove, fu Vito Giove, fu messo in disparte, in camera di sicurezza, essendo caduto in alcune contraddizioni con quello che depose dinanzi al pretore di Santeramo. Il Dimita, durante la escussione dei testi a discarico, si mise a piangere.
Oggi si avrà la sentenza.
L’udienza è fissata per le 10.
Si sentirà prima l’ultimo teste a discarico Felice Decemvirale, che ieri fu assente; seguirà il rappresentante della P. C. cav. Riccardo Ferrara; il P. M. cav. Bronzini e il difensore Camillo Larata.

tratto e adattato dal Corriere delle Puglie del 05/02/1915

Ho provato a cercare se la coppia avesse avuto figli, ma tra il 1908 e il 1910 non ne ho trovati.

1911. Tre anni dopo il matrimonio, vi è la descrizione di una querela fatta contro Angelo Raffaele Giove che sembra aver fatto violenza sulla ventenne. Venne condannato in processo, ma allora era possibile anche ritirare una querela, cosa che la coppia fece in cambio di denaro, 800 lire totali corrispondenti a circa 3200 euro odierne. E’ solo una mia opinione personale, ma questo compromesso mi porta a pensare che Laura Leone fosse consenziente. Questa situazione si evolvette con Raffaele Dimita che iniziava ad accettare denaro da altre persone, viene citato Francesco Lopane, che si intrattenevano con la moglie.

1913. Il matrimonio non reggeva. La coppia si separò e Laura Leone tornò dalla casa materna senza smettere di frequentare Francesco Lopane.

Il 22 giugno di quell’anno accadde l’irreparabile. Il giornalista del Corriere delle Puglie descrive la violenza perpetrata, un femminicidio commesso da un ventinovenne in un tempo in cui non esisteva ancora la legge sui divorzi. L’assassino non nega e non servono molte testimonianze. Era un tempo in cui non esistevano test del DNA o analisi degli spostamenti dei telefoni cellulari.

Corriere delle Puglie del 06/02/1915
Corte d’Assise di Bari
Il delitto di un marito degenerato
Uccide la moglie a colpi di randello

Ieri, alle 16 fu emessa la sentenza a carico del capraio Raffaele Dimita di Lorenzo Dimita d’anni 29, da Santeramo in Colle, accusato di omicidio in persona della moglie Laura Leone.
Appena aperta l’udienza ebbe la parola il rappresentante della parte civile avv. cav. Bronzini e il difensore avv. Camillo Larata.
Durante l’arringa dell’avv. Larata il Dimita singhiozzò ad intervalli, abbandonandosi ad atti d’impazienza e mordendosi le dita.
In seguito al verdetto dei giurati, i quali accordarono la scusante della provocazione lieve e le attenuanti generiche, il presidente cav. D’Adamo condannò il Dimita a tredici anni e quattro mesi di reclusione, due anni di vigilanza speciale della pubblica sicurezza, danni e spese verso la parte civile.
Il P.M. aveva chiesto tredici anni di reclusione e cinque anni di vigilanza.
Funzionò da cancelliere il sig. Durando.

tratto e adattato dal Corriere delle Puglie del 06/02/1915

Venne emessa la sentenza, che sebbene confermò i 13 anni di reclusione andò comunque a concedere delle attenuanti che al giorno d’oggi sono sconcertanti, la “provocazione lieve”.

1933. Il terzo matrimonio di Rosa Lazazzara è avvenuto con Vitantonio Cecca il 22 giugno 1933, esattamente 20 anni dopo del delitto.

Di seguito l’albero genealogico che ho ricostruito.

Fonti consultate

Corriere delle Puglie del 05/02/1915
Corriere delle Puglie del 06/02/1915

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