Vito Rocco De Bellis, l’antifascista mandato al manicomio

Ti hanno mai dato del pazzo o della matta? No, non in senso ironico o scherzoso: togliti la faccia felice. Ti hanno mai detto che sei fuori di senno a tal punto da esser internato? Se stai liberamente leggendo questa pagina la risposta è no, rientri ancora tra coloro che per ridere e per far scena si dicono matti a sottolineare la propria indipendenza, libertà e incontrollabilità. Il problema inizia quando sono gli altri a dirtelo, perchè potrebbero voler aver ragione, non tanto per la convinzione di aver diagnosticato bene ma per la comodità nell’attribuire una malattia mentale da isolare. Torniamo a parlare del ventennio fascista.

A fine ottocento, in una umile famiglia, nacque Vito Rocco De Bellis. Suo padre si chiamava Francesco De Bellis, originario di Valenzano, sposato con Carmina Rosa Delnero, originaria di Sammichele. Al loro primogenito diedero lo stesso nome del nonno paterno.

Vito Rocco De Bellis iniziò a lavorare come operaio. Ad appena 18 anni trovò anche la donna della sua vita, Damaride Fraccalvieri, un nome inconsueto ma biblico, citato nel Nuovo Testamento.

Probabilmente non era uno a cui gli si poteva dire di tener il becco chiuso e nel 1930 finì schedato nel Casellario Politico Centrale.

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DE BELLIS Vito Rocco *
fu Francesco e fu De Luero Carmina Rosa, n. a Santeramo in Colle (BA) il 10 febbraio 1894, res. a Santeramo in Colle, coniugato con due figli, operaio-ozioso, antifascista.
Arrestato il 6 luglio 1937.
Liberato il 9 ottobre 1937 e ricoverato nel manicomio di Bisceglie.
Periodo trascorso in carcere : mesi tre, giorni 4.
Abbandonata la famiglia si diede all’ozio e si recò in vari paesi europei.
Nel marzo 1930 fu fermato con un altro in Baviera e condotto in Austria, dove dichiarò alle autorità, all’atto dell’espulsione, di essere antifascista e di non voler tornare in Italia.
Nel marzo 1932 era a Rotterdam, dove fu fermato dalle autorità che ne richiesero il rimpatrio perché disoccupato, privo di mezzi e ammalato (squilibrato mentale); fece ritorno a Santeramo nel maggio 1932 allontanandosene però nuovamente dopo qualche giorno e venendo fermato in varie città italiane.
Il 6 luglio 1937 il ministero autorizzò la sua assegnazione al confino, ma il 9 ottobre, a seguito di un’ordinanza del questore di Bari, fu trasferito dal carcere in manicomio.
(b. 319, cc. 3, 1937 ; CPC, b. 1639, fase. 39472, cc. 20, 1930-1932, 1937, 1941).

tratto e adattato da Il popolo al confino. La persecuzione fascista in Puglia. Volume I, Katia Massara, Ministero Beni Culturali e Ambientali, Roma, 1991, p. 189

Nel marzo 1930 venne fermato in Germania, in Baviera esattamente, una terra lontana dove nemmeno si parlava italiano. Com’è possibile che un “pazzo” sia stato capace di arrivare fin lì lasciando la sua terra? Evidentemente non si sentiva più sicuro in Italia. Infatti, quando fu portato in Austria, sottoposto ad interrogatorio ammise di essere antifascista, quindi in opposizione alla dittatura di Mussolini, dichiarando di non voler tornare in patria, preferendo rimanere lontano da moglie e figli. Fu espulso, ma questo non lo fece demordere dall’idea di vivere all’estero.

Due anni dopo, nel 1932 fu fermato dalle autorità a Rotterdam, in Olanda, in quanto risultava disoccupato, o più probabilmente lavorava in maniera irregolare. Le autorità dichiararono che era ammalato, non fisicamente ma mentalmente. Per una persona che si dichiarava antifascista sembra difficile che non fosse lucido, non è dato sapere con quanta convinzione o impeto sostenesse il suo pensiero. Fu costretto a tornare a Santeramo, a maggio 1932, ma qui non rimase molto, raggiungendo altre città italiane dopo qualche giorno. In seguito venne fermato varie volte in giro per l’Italia.

A 43 anni fu arrestato e tenuto in carcere per tre mesi. Il suo destino sarebbe dovuto essere quello di rimanere esiliato, lontano da Santeramo come capitato ad altri oppositori politici, ma nel suo caso il questore di Bari riservò per lui un trattamento ben più ingiusto: fu spedito in manicomio, al temuto manicomio di Bisceglie che ancora molti a Santeramo ricordano continuando ad associare il binomio fra località e struttura coercitiva.

Un destino crudele per uno strenuo sostenitore della libertà e dell’antifascismo.

Sua moglie rimase in vita fino al 11 marzo 1978, di lui invece non ho trovato altra documentazione.

Se conoscete altro riguardo questa storia scrivetemi pure, cercherò di integrare l’articolo.

Fonti consultate

Il popolo al confino. La persecuzione fascista in Puglia. Volume I, Katia Massara, Ministero Beni Culturali e Ambientali, Roma, 1991, p. 189
De Bellis Vito Rocco, Casellario Politico Centrale

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