Giovanni Giampetruzzi, il processo al “contino”

Le Matine sono state al centro dell’attenzione nei secoli scorsi, tra rivendicazioni dei proprietari e occupazioni dei terreni. L’evento principale fu l’occupazione delle Matine del 15 agosto 1907, vicenda di cui parlarono anche i quotidiani nazionali. La cosa che oggi stupisce è come quell’azione fu guidata da un solo uomo, e di come la giustizia si sia occupata di lui addossandogli accuse da truffatore, per aver “raggirato” e fatto credere ai contadini di poter reclamare davvero diritti sui terreni delle Matine.
Si trattava di Giovanni Giampetruzzi, figlio di Erasmo Giampetruzzi, che aveva 45 anni e veniva soprannominato “contino“. Ho provato a cercare tra gli atti di nascita intorno al 1860 senza però trovar un riscontro affidabile.
Di seguito ho riportato comunque gli articoli apparsi sul Corriere delle Puglie, dall’arresto di Giovanni Giampetruzzi fino all’esito del processo che lo ha riguardato in prima persona. Inoltre spicca il suo rapporto con l’avvocato barese Raffaele Bovio, con il quale nel 1907 aveva pubblicato il libro “I demani di Santeramo in Colle” di oltre duecento pagine.

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L’arresto di Giampetruzzi

Giovanni Giampetruzzi chiamato il Contino, il noto agitatore di Santeramo, è stato arrestato ieri, a Bari.
I precedenti sono noti, ché giorno per giorno, come gli avvenimenti incalzavano, li abbiamo registrati nel Corriere.
Giovanni Giampetruzzi, di Erasmo, di anni 45, da Santeramo, dopo aver perduto un impiego, giunse a formare la formidabile associazione dei contadini santermani, più che 1000, i quali credevano vantare dei diritti su parecchie proprietà delle Matine, da essi ritenute demaniali.
Il 20 settembre di quest’anno segna una data storica per Santeramo: Giovanni Giampetruzzi, come nella carducciana Faida di comune, cacciandosi avanti contadini, e carri, e buoi, portò quasi 8000 contadini alla presa di possesso delle Matine.
Il 25 settembre, in attesa che i periti agrimensori, spartissero le relative quote, il Giampetruzzi ordinò ai contadini di astenersi dal recarsi nei poderi invasi.
Intanto, il 9 ottobre giungeva l’attesa risposta dell’on. Comandini; e il 10 il Consiglio Comunale di Santeramo, riunito sotto la presidenza del prosindaco Santalucia, deliberava di prendere atto del parere dell’on. Comandini, autorizzando il Sindaco ad agire per la rivendica dei terreni dí natura demaniale, autorizzando la spesa necessaria da stanziarsi nel bilancio 1908.
Il 21, l’on. Comandini si recava a Santeramo, e arringando la folla dei contadini da un balcone del Municipio, li consigliava ad aspettare fidanti la parola del Magistrato.
Tutto era ritornato tranquillo: ieri, come colpo di scena, avveniva l’arresto del Giampetruzzi, di cui ecco i particolari: Da parecchi giorni, Giovanni Giampetruzzi si era stabilito a Bari, e si vedeva spesso nei pubblici ritrovi, e la sera al Teatro Petruzzelli.
Ieri mattina, il Giampetruzzi tornava dal nuovo Edifizio Scolastico, ove aveva accompagnato l’avv. Raffaele Bovio, in compagnia di questi e del cav. Pietro Montalti, Direttore delle nostre Scuole Comunali.
In via Principe Amedeo, ov’è l’abitazione dell’avv. Bovio, i tre si fermarono.
Giungeva in quel momento il delegato di P.S. cav. Gerolamo Caputi, che si uni al gruppo.
Però, dopo pochi minuti, il cav. Caputi chiamò in disparte il Giampetruzzi, o senza che gli altri potessero ascoltare, gli notificò il mandato di cattura.
Giampetruzzi non battè ciglio; rivolto all’avv. Bovio e al cav. Montalti, disse che si allontanava col Caputi.
E difatti si allontanò, accendendo una sigaretta, senza che menomamente nè l’avv. Bovio nè il cav. Montalti sospettassero di nulla.
Il delegato Caputi condusse direttamente il Giampetruzzi allo carceri del Castello, ove fu rinchiuso nella cella n. 1.
I capi di reato di cui é accusato il Giampetruzzi sono cinque, e cioè:
truffa continuata per avere con artifizi e raggiri atti ad ingannare l’altrui buona fede, inducendo in errore molti contadini di Santeramo, riscosso da essi danaro per parecchie migliaia di lire, procurando cosi a sè un ingiusto profitto con altrui danno;
millantato credito continuato;
istigazione a delinquere continuata;
turbativa di possesso continuata, con violenza verso le persone, in riunione di più di dieci persone;
danneggiamento continuato sopra immobili, in riunioni, di più di dieci persone.
Questi reati sono stati commessi in Santeramo dal 15 agosto in poi.
E per questi reati, il Giampetruzzi sarà giudicato dai giurati, essendo alcuni dei capi di accusa sopra cennati di spettanza della Corte di Assise.
La notizia dell’arresto del Giampetruzzi produsse ieri grande impressione; se ne parlava a sera tarda – perché tardi conosciuto – in tutti i ritrovi, e forse se ne parlerà ancora per un pezzo, perciò altri e numerosi arresti sono imminenti.

tratto e adattato dal Corriere delle Puglie del 24/10/1907, p.2

Pei fatti di Santeramo

Presidente Montulli – Giudici Di Bernardo e Ancona – Cancelliere De Cupertinis.
Il 25 ottobre 1907, alcuni giorni dopo l’arresto del Giovanni Giampetruzzi, veniva ordinata dal giudice istruttore perquisizione in casa del Giampetruzzi in Santeramo ed alla lega dei contadini da lui presieduta.
Mentre il Pretore, all’uopo delegato, procedeva alla perquisizione nella casa, veniva incaricato il delegato Caputi di custodire il locale della lega. Si formò una gran calca di gente, e parecchie donne esasperate, perché il Caputi aveva pochi giorni prima arrestato il Giampetruzzi, lo circondarono, oltraggiandolo. Nei giorni successivi esse, in numero di nove furono arrestate e ieri comparvero dinanzi alla 3. sezione del nostro tribunale.
Le difendeva l’avv. Gennaro Venisti. Due di esse, Gaetana Zeverino e Stella Bianchi, furono condannate a tre mesi e 10 giorni di reclusione per oltraggio.
Tali Anna Silletti e Angela Barberio furono assolte per non provata reità e le altre 5, furono condannate a tre mesi di reclusione col beneficio della condanna condizionale.

tratto e adattato dal Corriere delle Puglie del 06/03/1908, p.2

La causa di Giovanni Giampetruzzi

Stamane innanzi la 2. Sezione do: nostro Tribunale presieduto dal giudice Torres, incomincerà l’interessante. causa, per truffa continuata, a carico di Giovanni Giampetruzzi, soprannoininato il Contino, il noto agitatore demaniale di Santeramo.
Dall’ordinanza di rinvio della Camera di Consiglio del 30 gennaio u.s. si rileva che il Giampetruzzi era imputato di turbativa di possesso continuata commessa con violenza verso le persone o da più di 10 persone riunite, di danneggiamento continuato, d’istigazione a delinquere, di millantato credito e di truffa a danno di migliaia di contadini. Essendo intervenuto nel frattempo il decreto di amnistia per la nascita della principessa Giovanna, gran parte delle imputazioni vi furono comprese ed altre furono ritenute dalla Camera di Consiglio come mezzo per commettere quella generale truffa, per la quale il Giampetruzzi fu rinviato a giudizio.
La truffa, secondo l’accusa sarebbe consistita nelle arti usate dal Giampetruzzi per approfittare della buona fede della massa dei contadini, facendo loro credere che egli aveva tale influenza sul Prefetto e su alte autorità da ottenere il potere di dare lui ai contadini il possesso delle terre ritenute demaniali.
E ciò a data fissa, cioè nel 15 agosto 1907. Con tali assicurazioni egli cominciò a spillare denaro da 5 o 6 mila contadini. Nel 15 agosto poi, per mantenere la promessa, condusse la massa popolare nella contrada Matine, e con quella passeggiata per le contrade che dicevansi demaniali, diede ad intendere che egli così dava loro il possesso di dritto.
Tutto ciò finì per indurre anche i più increduli, tra contadini ed artigiani, ad affrettarsi a versare le dieci lire con qualunque sacrificio, specialmente perciò l’opera del Giampetruzzi la si vedeva compiere indisturbatamente.
Quando poi avvenne che a Santeramo giunsero interi reggimenti di truppa, allora il Giampetruzzi si ritirò in buon ordine, molti contadini cominciarono a disilludersi ed anzi a comprendere di essere stati truffati, cominciarono le denunzie ed il Giampetruzzi fu tratto in arresto. La causa durerà parecchi giorni.

tratto e adattato dal Corriere delle Puglie del 14/03/1908, p.3

Corriere Giudiziario
Tribunale Penale di Bari
La causa del “contino” di Santeramo

Ieri mattina, alle ore 10:30, si riprese la trattazione del processo per truffa a carico di Giovanni Giampetruzzi da Santeramo in Colle. L’aula del Tribunale era gremita di folla, la maggior parte contadini santermani.
Appena aperta l’udienza, essendosi l’altro giorno compiuto l’interrogatorio del contadino parte lesa, si iniziò l’esame del testimoniale a carico.
Furono escussi 27 testi, i quali tutti ai rimandarono agli interrogatori scritti: l’imputato seguiva con interesse le deposizioni ed i suoi avvocati rivolgevano spesso contestazioni ai deponenti.
Deposero, fra gli altri, il comm. Guido Guida, ispettore generale di P.S. il quale confermò ed illustrò i suoi rapporti e la denunzia da lui fatta all’autorità giudiziaria, aggiungendo che quando egli giunse a Santeramo, inviatovi in missione dal Governo, fu creduto dai contadini, illusi dalle promesse del Giampetruzzi, Regio Commissario ripartitore giunto per legittimare quanto questi aveva fatto.
Deposero pure il capitano dei carabinieri Sergi, il delegato di P.S. cav. Caputi, il prosindaco di Santeramo ing. Santalucia, l’ex sindaco di quella città, cav. Giampetruzzi, l’avv. Nicola Netti ed altri. Oggi si completerà l’escussione del carico e si passerà al discarico.

tratto e adattato dal Corriere delle Puglie del 17/03/1908, p.2

Corriere Giudiziario
Tribunale Penale di Bari
La causa del “contino” di Santeramo

L’udienza è aperta allo 10:30. Si riprende il carico.
Dopo l’audizione dell’avv. Alberto Russo, il quale conferma un’intervista da lui avuta con il Giampetruzzi per conto della Tribuna è introdotto il prefetto comm. Briganza. Egli dice che vide il Giampetruzzi soltanto due o tre volte e gli disse che tutto quello che voleva fare e aveva fatto pel possesso delle terre era una follia ed un reato. Il Giampetruvezi accennò all’eventualità di una invasione ed il Prefetto rispose che ciò non avrebbe dovuto farsi mai perchè i contadini illusi sarebbero andati incontro ad una repressione armata ed al codice penale. Aggiunse pure che nè lui nè alcun giudice si sarebbero prestati a decidere la questione sotto la pressione della folla tumultuante. La quotizzazione non può farsi perchè vietata dalle disposizioni all’uopo emanate dal Governo.
La promessa di quotizzazione, la formazione delle quote coi canneggiatori, il promesso sorteggio delle quote, la riscossione delle 10 lire dai contadini, costituiscono, a suo avviso, una truffa. Il Prefetto ha aggiunto di commuoversi al pensiero dei pericoli cui il Giampetruzzi ha esposti tanti contadini.
La deposizione del prefetto è stata ascoltata con interesse vivissimo.
Poscia si sono escussi tutti gli altri testimoni del carico, e quindi si è iniziato il discarico, con l’audizione del cavalier Nicola Berardi, del cav. De Santis, ispettori del Registro, i quali deposero sulle buone qualità del Giampetruzzi, all’epoca in cui era loro dipendente. Si è ascoltato poscia l’avv. Bovio, il quale ha ricordato di aver ricevuto dal Giampetruzzi numerosi documenti dai quali risultò il lavoro da lui compiuto per la questione. Poscia si discute tutto il resto del discarico, la maggior parte del quale tende a dimostrare che le quote pagate in L. 10 erano date spontaneamente al Giampetruzzi, e come compenso alla sua opera. L’udienza è tolta alle 17 ed è rinviato il seguito a oggi.

tratto e adattato dal Corriere delle Puglie del 18/03/1908, p. 2

Corriere Giudiziario
Tribunale Penale di Bari

2. Sezione
La causa del “contino” di Santeramo

L’udienza è aperta alle 10:40.
Ha la parola l’avv. Riccardo Ferrara, della P.O. Egli delinea la figura del Giampetruzzi come tipo di truffatore e lo descrive artista della delinquenza.
Accenna a precedenti penali che gravano sulle spalle dell’accusato.
Dice che bastò ch’egli parlasse al popolo perchè ogni intelligente comprendesse che mirava a truffare i contadini.
Dimostra l’esistenza della druffa ed esamina i vari elementi del reato e tutte le prove e parla dei raggiri ed artifici cui ricorse l’accusato. Si diffonde sul famoso possesso di diritto del 15 agosto, sulla riscossione delle 10 lire da chiunque avesse voluta una quota, sulla quotizzazione fatta approntare con apparato scenico dagli agrimensori e sul preparato sorteggio. Dimostra che con questi artifici il Giampetruzzi incassò le maggiori somme che raggiunsero le 50 mila lire e dice che con questa truffa ha rovinato i contadini finanziariamente e moralmente, mentre è notorio che essi non possono mai avere le sospirate quote.
L’illusione, durò al punto ch’essi sono pronti a versare altro danaro, sicché, conchiude, la liberazione dell’imputato, implicherebbe completa spoliazione dei contadini. Confida quindi in una sentenza di condanna. Ha quindi la parola il P.M. avv. Salluce, il quale dopo un saluto all’on. Barzilai, riassume sinteticamente l’accusa, che sostiene dimostrando l’esistenza della truffa e raggiro. Deplora la mancata istruzione del nostro popolo e ritiene che perciò i contadini si fecero abbindolare. Chiede l’affermazione della responsabilità. del Giampetruzzi, pel quale chiede 3 anni di reclusione e 1500 lire di multa.
L’udienza è tolta alle 15:30.

tratto e adattato dal Corriere delle Puglie del 19/03/1908, p. 2

Corriere Giudiziario
Tribunale Penale di Bari
2. Sezione
La causa del “contino” dí Santeramo
La Sentenza

Riapertasi la discussione, l’avv. Venisti, della difesa Giampetruzzi, dopo un breve esordio, entra con molta copia di argomenti ad analizzare l’accusa, discutendola attraverso abili e sottili polemiche su quanto fu detto ieri dai rappresentanti la pubblica e privata accusa.
Dice che parlerà al Tribunale e non al pubblico, come fecero altri: discuterà serenamente la causa, senza commuoverei. Confuta le accuso lanciate al suo difeso a proposito dei precedenti che gli si addebitano.
Dimostra a base dello tavole processuali che mai chiese a nessuno le dieci lire o domanda al P.M. da quale tavola processuale risulta che il Giampetruzzi abbia ordinata la divisione delle terre.
Non crede il caso di guardare se il Giampetruzzi abbia o meno fatto bene e combatte l’affermazione del P.M. secondo la quale il Giampetruzzi avrebbe creata a scopo di profitto la questione demaniale e la dimostra assolutamente erronea. L’oratore discute poscia una elegante questione di diritto, e con frase poderosa ed elegante afferma che la truffa non esiste assolutamente.
Se Giampetruzzi prese e fece prendere possesso, ciò non costituisce che una semplice turbativa di possesso fatta allo scopo erroneo di indurre i proprietari che avessero messi fuori i titoli comprovanti il loro legittimo dominio.
Conchiude chiedendo l’assoluzione del suo difeso.
Ha quindi la parola l’altro difensore della P.C. on. V. N. Di Tullio il quale dopo aver rammentati i tristi periodi di Santeramo, per opera di Giampetruzzi, si diffonde a dimostrare la sua colpabilità. Dice ohe in questo processo la manifestazione della truffa e tipica: è tutta una rete vasta che comincia dal novembre 1906 e va fino al settembre.
Dimostra che Giampetruzzi non promise il possesso violento, ma legale, ingannando í contadini ed avendo sempre di mira la speculazione. Conchiude dicendosi sicuro che i giudici faranno giu-stizia.
Quando dopo si leva a parlare l’on. Salvatore Barzilai, difensore dell’imputato, l’aula presenta un colpo d’occhio imponente: nell’interno dell’emiciclo affollano moltissimi componenti del nostro foro, ansiosi di ascoltare la parola dell’illustre campione forense.
Egli, infatti, parla con sfoggio di dottrina, potenza di argomentazioni ed eleganza di frasi.
Dopo un magnifico esordio nel quale cavallerescamente saluta avversarii, magistrati ed amici, ed ha parole di simpatie per la gloriosa terra di Puglia, entra nel merito della causa e tratteggia la figura del Giampetruzzi, come quella di un impresario o di un locatore di opera e non di un apostolo alla cui altezza l’accusato non ha mai pensato di assurgere. Confuta le argomentazioni del P.M. e della P.C. ed afferma che nell’opera del suo difeso non vi fu dolo alcuno.
Quello che si vuol dire raggiro, non era che il mezzo dal Giampetruzzi usato pel conseguimento del fine che si proponeva a beneficio dei contadini, pel cui conto lavorava.
Avrà adoperato anche mezzi inutili, o sia pure di pompa, ma non sorprese la buona fede di alcuno.
Dopo essersi dilungato nel dimostrare l’inesistenza della truffa, conclude con una dotta perorazione, invocando una sentenza di non luogo, rispondente ai concetti della giustizia.
L’arringa dell’illustre uomo é salutata alla fine da una salva di applausi calorosi ed entusiastici. Tutti si avvicinano a lui per congratularsi.
Il Tribunale si ritira poscia per deliberare.
L’attesa è vivissima o dura oltre un’ora.
Alle 18 il Tribunale rientra nell’aula e si fa un silenzio religioso.
Il Presidente legge la sentenza con la quale condanna Giovanni Giampetruzzi alla pena di due anni e quattro mesi di reclusione con cinque mesi di segregazione cellulare e 1400 lire di multa.
Il pubblico immenso accoglie la sentenza in silenzio, poscia si riversa mormorando per le scale.
L’imputato si turba e riceve l’incoraggiamento dei suoi difensori.
Dopo pochi minuti una vettura al trotto, riconduce il Giampetruzzi al carcere.

tratto e adattato dal Corriere delle Puglie del 20/03/1908, p. 2

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Fonti consultate

Corriere delle Puglie del 24/10/1907, p.2
Corriere delle Puglie del 06/03/1908, p.2
Corriere delle Puglie del 14/03/1908, p.3
Corriere delle Puglie
del 17/03/1908, p.2
Corriere delle Puglie del 18/03/1908, p. 2
Corriere delle Puglie del 19/03/1908, p. 2
Corriere delle Puglie del 20/03/1908, p. 2

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