I confetti del marito… assassino

La storia che ricostruisco è drammatica, decisamente tragica dai risvolti che oggi giorno fanno capire quanti passi si siano fatti per i diritti delle donne, che cent’anni fa dovevano sottostare agli ordini degli uomini.

La protagonista della vicenda è Giovanna Dimita, nata il 6 dicembre 1872, giorno di San Nicola, in una famiglia di contadini, da Francesco Dimita e Rosa Volpe, già sposati da 6 anni.

Domenico Mele nacque a Gioia del Colle il 10 febbraio 1867 da Giuseppe Rocco Mele, che era un muratore, e Maria Bellacicco. Una volta cresciuto divenne operaio, e più precisamente “tagliamonte“, probabilmente addetto al taglio delle pietre in una cava.

Domenico Mele 1892 Matrimonio
Atto di Matrimonio tra Domenico Mele e Giovanna Dimita del 1892

Giovanna Dimita viene descritta come bellissima ragazza che attirava a se l’attenzione dei giovani del paese. Quando raggiunse i 19 anni, età considerata ancora da minorenne, sposò il gioiese Domenico Mele. Era il 1 febbraio 1892.

Poco tempo dopo le nozze, tra i due le cose non andarono bene come si possa immaginare. Viene riportato che la novella moglie non rimaneva insensibile agli sguardi di un altro giovane del paese, di famiglia benestante, Francesco Laterza, che si trovava spesso nelle vicinanze della casa degli sposi quando questi uscivano di casa. Il marito mostrò subito la sua gelosia impedendole anche solo di fare gesti rivolti a Francesco Laterza che in qualche occasione poteva vedere da una finestra di fronte la casa della coppia. Consapevole del fatto che fosse sposata comunque Francesco Laterza si fece avanti. A fine marzo 1892 la ragazza decise di lasciare casa per rifugiarsi insieme all’amante presso casa di sua zia, Anna Difonzo. La ragazza in quel periodo aveva contratto la gonorrea, malattia a trasmissione sessuale che qualcuno imputava essergli stata trasmessa da Francesco Laterza, il che sarebbe stata una prova di adulterio, ma questo non è certo.
Domenico Mele di ritorno a casa non trovò la moglie, e subito capì quello che stava accadendo, scatenando in lui una rabbia tremenda che lo avrebbe portato alla vendetta del 1 aprile.
Vediamo ora cosa accadde e come venne riportato dai quotidiani dell’epoca, compreso il nazionale Corriere della Sera.

Corriere delle Puglie del 09/04/1892, p. 2-3
Felicità coniugale. – Lo zampino del diavolo. – La tentazione. Tristi amori. – La fuga. – Il marito e l’amante. – Il compenso. – Ritorna all’ovile. – Dolci tempi!. – 198 colpi di punteruolo. – L’assassino. – Funerali e danze. – L’arresto. – La vittima.

SANTERAMO IN COLLE, 6. – (Nino) Obbligato a stare a letto per comodo di madama Infiuenza, non ho potuto prima di oggi tenervi informati di un atroce fatto di sangue, consumato alcuni giorni fa.
Un giovine del nostro volgo erasi perdutamente invaghito di una bellissima giovinetta, sospiro di molti.
La fanciulla corrispose agli sguardi infuocati del damo ed in breve i due si unirono in matrimonio. L’ imeneo durò appena due mesi, nel quale spazio di tempo i due giovani eransi amati di un amore intenso, potente in modo che l’uno vivea per l’altro.
Un giorno gli occhi della vaga sposina s’incontrarono in quelli appassionati di un ricco signore del paese. La giovine rimase stregata dagli sguardi del signore, e fu vinta. Il dolce sogno della giovine era quello di volare nelle braccia dell’eletto del suo cuore, scacciando perfettamente da questo l’immagine cara di suo marito, al quale avea giurato fede eterna.
Mi ami? – egli le domandò un giorno, mentre erano strettamente abbracciati. – Si – rispose lei – ti amo come non ho mai amato in vita mia!Ebbene – riprese lui – io ti adoro, ma è necessario che tu ti allontani per sempre da tuo marito. Voglio essere solo ad amarti; tu devi essere tutta mia. Vuoi seguirmi?
Essa non rispose, e lo segui.
I due colombi presero il volo.
Quando il povero marito tornò in casa, e non rinvenne sua moglie, uno strano sorriso gl’increspò le labbra.
Ho capito. Me l’hai fatta, vigliacca… Peggio per te! – esclamò in tuono minaccioso.
Da quel giorno il povero marito non ebbe più pace: come vendicarsi ? Si – egli lo avea detto – Peggio per te, triste donna!
E così fu. Un giorno si armò di tutto i! sangue freddo possibile, ed andò in cerca del signore che gli aveva rubato l’unico oggetto del suo cuore, la donna dei suoi sogni. Ed infatti lo trovò. Alla sua vista il marito gabbato e… con quelle che segue, era lì li per scoppiare dall’ira; ma si frenò, pensando che il momento di vendicarsi dell’ oltraggio ricevuto era giunto.
Rendetemi mia moglie – disse al signore – e pagatemi il prezzo del suo amore; favoritemi dieci lire.
Le dieci lire gli furono prontamente sborsate, e si fu d’accordo che al tale luogo e alla tale ora egli avrebbe trovato la colomba fuggita.
Quando il nostro uomo ebbe la carta monetata, si recò in piazza e comprò un foulard nero e dei confetti e dopo pochi minuti andò a rilevare la propria moglie.
Dirvi che cosa avvenne fra i due coniugi, quando furono soli in istrada, non saprei; è certo però che l’uomo si mostrò calmo, tutto affettuoso, e giunti in casa i due coniugi si baciarono e si abbracciarono.
Ma ad un tratto lui divenne furibondo e dato di piglio ad un punteruolo si diè a vibrare colpi da forsennato sul corpo della povera donna.
Lasciami – gridava l’infelice – perdonami, perdonami…. io ti amerò….
No – prorompeva il marito – tu bai disonorato il mio nome immacolato, e la colpa si lava col sangue.
Fu quella una viva, una tremenda lotta: l’uomo feroce, la donna supplicante, mentre era crivellata dal ferro omicida.
Quando quella tigre credè che sua moglie avesse roso l’ultimo anelito, aprì la finestra della sua stanza, si diè a lanciar confetti in istrada, esclamando:
Ho ucciso mia moglie, ho vendicato il mio onore! Prendete i confetti!
Poco dopo l’assassino veniva arrestato dai RR. CC. Egli non oppose la minima resistenza.
Sul corpo della povera donna si contarono ben 198 colpi di punteruolo. Essa mori ier l’altro.
L’infelice era una bellissima donna, dalle chiome bionde; e dagli occhi neri.
Si dice che l’assassino era divenuto pazzo. Vi manderò, non appena l’influenza mi permetterà di uscire di casa, altri particolari del luttuoso avvenimento.
La popolazione è vivamente impressionata.

tratto e adattato dal Corriere delle Puglie del 09/04/1892, p. 2-3

Corriere del Pomeriggio del 10/04/1892, p. 2
La vendetta d’un marito tradito

Bari. – A Santeramo in Colle (Altamura) una giovane leggiadra, sposa di un popolano, invaghitasi di un ricco signore, abbandonava il tetto coniugale, seguendo l’amante. Il marito giurò aspra vendetta. Si recò dal signore e gli chiese la restituzione della moglie, nonchè dieci lire. Il signore pagò, indicando il luogo ove il marito avrebbe potuto trovare la sposa. la trovò di fatto, e la ricondusse a casa affettando amore. Poi, chiusa la porta, afferrò un acuminato punteruolo e le inferse 198 colpi. Quindi aperse la finestra e gettò confetti gridando: “Ho ucciso la moglie, venite a mangiare i confetti!“. Dopo si lasciò arrestare dai carabinieri.

tratto e adattato dal Corriere del Pomeriggio del 10/04/1892, p. 2

Corriere delle Puglie del 15/04/1892, p. 2
Altre notizie.

SANTERAMO, 14. – (Sel) La povera vittima che riportò i 198 colpi di punteruolo chiamavasi Giovanna Dimita, ed il suo feroce marito Domenico Mele.
Tanto a completamento del recedente fatto narratovi.

tratto e adattato dal Corriere delle Puglie del 15/04/1892, p. 2

Atto di Morte di Giovanna Dimita nel 1892
Atto di Morte di Giovanna Dimita nel 1892

Quando Domenico Mele rivide sua moglie si dimostrò affettuoso e calmo per strada. Una volta a casa i due ebbero un rapporto intimo: i giornalisti hanno utilizzato le parole “si abbracciarono” ne primo articolo e “goderla” nel prossimo.
Ma a questo punto scoppiò l’ira del marito, non si sa se premeditata o in reazione ad una nuova discussione con la moglie. Domenico Mele colpì sua moglie con il preciso intento di ucciderla, placandosi solo quando si credeva certo di aver raggiunto la sua vendetta. Ma così non fu: Giovanna aveva gravissime ferito e perso molto sangue, ma era ancora viva.
L’assassino aprì la finestra lanciando i confetti che aveva comprato e lacerando un biglietto da 5 lire, affinchè tutti sapessero dell’omicidio compiuto per questioni di “onore“. Arrivarono i Carabinieri che lo arrestarono.
Dopo 3 giorni di sofferenze Giovanna Dimita morì la notte tra il 4 e 5 aprile 1892, a soli 19 anni.
E l’anno dopo si concluse il processo…

Corriere delle Puglie del 02/07/1893, p. 2
Corriere Giudiziario
Corte di Assise di Bari
Uxoricidio

Ieri l’altro si svolse dinanzi la nostra Corte d’assise il processo importantissimo per uxoricidio contro Domenico Mele di Gioia.
I fatti della causa sono ben noti ei nostri lettori; lì riassumiamo riportando i punti principali della sentenza d’accusa.
Ai primi di febbraio del 1892 il giovane ed onesto operaio Domenico Mele sposava in Santeramo la contadina Giovanna Dimita.
Costei apparteneva a famiglia di non corretti costumi, ma fino a quel tempo aveva serbato regolare condotta. Però circa un mese dopo, non curante della fede coniugale e dell’affetto che le portava il marito, si dava in braccio al giovine possidente Francesco Laterza, il quale, per conseguire il suo intento, era favoreggiato da parecchi abitanti vicini al detti coniugi.
Il disgraziato marito si ebbe prima dei sospetti, poi se ne convinse; sia perché detto Laterza Io seguiva da presso quando usciva con la moglie, e spesso Io vedeva da una finestra di rimpetto scambiare dei segni d’intelligenza con costei, sia perché la Dimita a poco a poco acquistava tale violenza nell’adultera tresca che nemmeno dalla presenza e dalle imposizioni del marito era impedita a fare di cotali segni, ed anzi, minacciata da lui, verso gli ultimi giorni di marzo lo aveva abbandonato. rifugiandosi presso parenti, e sia perchè infetta da blenorrea dal detto Laterza la comunicava ad esso Mele. Questi, per tanto smise di lavorare: finse condiscendenza verro Laterza, onde scoprire ove la moglie si fosse nascosta, ed a tal uopo chiese a costui del danaro; si ebbe 10 lire, con le quali comprò dei confetti ed un fazzoletto di lutto, e seppe che la Dimita era presso la zia Anna Difonzo; la sorprese addì 1. aprile in casa di costei, ove pure rinvenne nascosto Laterza, e seguendo nella finzione di rappacificamento, la baciò e la indusse a seguirlo nella casa coniugale, ivi volle per l’ultima volta anche goderla e poi impugnato un punteruolo le inferse 198 ferite e per effetto delle stesse tre giorni dopo è morta.
I vicini non accorsero, ma i RR. Carabinieri accorsero ed arrestarono il Mele, il quale dopo cessati i colpi, quando credè morta la moglie, si fece al balcone e pubblicando che così debbono finire le mogli infedeli, buttava i confetti comprati, dicendo che quello era il vero giorno delle sue nozze e lacerava pure un biglietto da lire 5, che buttava con altri denari, protestando che egli non vendeva il suo onore, e perciò respingeva quel danaro di turpe provenienza.
Questi i fatti, confermati poi in dibattimento.
Il P.M. sostenne l’accusa, rimettendosi alla coscienza dei giurati per le attenuanti.
L’egregio cav. Nicola Bavaro, difensore, brillantemente e valorosamente sostenne la tesi della sorpresa in flagrante adulterio, confortandola con poderosi argomenti di fatto e di diritto.
I giurati emisero verdetto di conferma alla tesi della difesa, di guisa che il Mele venne condannato a soli mesi 5 di detenzione.

tratto e adattato dal Corriere delle Puglie del 02/07/1893, p. 2

Il verdetto è scandaloso. Al giorno d’oggi non sarebbe possibile infangare così il nome della povera donna e per di più far uscire quasi intatta la dignità di quell’uomo. Le questioni di onore erano più forti del senso della vita. Non erano comunque casi isolati. Quando i movimenti femministi hanno lottato per i loro diritti lo hanno fatto perchè eventi come questo non si ripetessero e non solo per poter “portare i pantaloni“.

Ma cosa accadde dopo al marito assassino? Tornò a vivere a Gioia del Colle. Nessuna donna al giorno d’oggi avrebbe accettato di stargli accanto, ma quelli erano altri tempi, e appena il 16 settembre 1893 Domenico Mele si sposò nuovamente, con la gioiese Teresa Mola, anch’essa nata nel 1872. Morì a 74 anni

Famiglia Mele - Dimita
Famiglia Mele – Dimita
Fonti consultate

Corriere delle Puglie del 09/04/1892, p. 2-3
Corriere del Pomeriggio del 10/04/1892, p. 2
Corriere delle Puglie del 15/04/1892, p. 2
Corriere delle Puglie del 02/07/1893, p. 2

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