Un grave omicidio, una baby-gang nel 1900

Uscire di casa senza sapere di non tornarci più. Ho trovato alcuni articoli che parlano di giovani ragazzi che da qui a breve vi presento.

Sottolineo che si tratta di alcuni nomi che possono suonar familiari, ma si tratta solo di omonimie e nessun legame diretto con persone attuali. Non è mia intenzione coinvolgere o fare associazioni con eventuali omonimi che si sentano tirati in causa. Per questo al momento ho deciso di indicare solo i nomi e non i cognomi contrariamente alla logica di questo blog. Son sempre disponibile ad editare l’articolo qualora me lo chiediate.

Partiamo dalla prima ricostruzione genealogica, una comune famiglia di contadini. Francesco D. era nato nel 1841 e a 24 anni sposò Francesca L.. Ebbero diversi figli e nel 1876 nacque Michele D., chiamato come il nonno paterno. Michele crebbe e già da adolescente imparò a lavorare con il legno per diventare un falegname.

Era il 5 agosto, piena estate del 1900 e gli animi a quanto pare erano bollenti. Era una domenica, un giorno di riposo e non si lavorava. Ci troviamo poco fuori la zona centrale, lungo l’attuale Corso Italia. Era sera e in una comitiva di sei ragazzi c’era anche Michele. Era una situazione leggera e scherzosa. Incontrarono altri due amici, Pasquale e Francesco, e quest’ultimo scherzosamente diceva a Michele di tornare a casa considerando l’ora, tirandogli sferzate di cintura che aveva tolto dai pantaloni. Ma poi arrivarono degli altri con tutt’altro modo di fare.

Corriere delle Puglie del 09/08/1900, pag. 3
L’Omicidio di Santeramo

Domenica scorsa, 5, in Santeramo l’ebanista Giuseppe T. di Luigi T., di anni 17, e Diomede T. di Rocco T., di anni 19, in rissa, uccisero un tale Michele D. di Francesco D..
Poi, i due si diedero in latitanza.
E ieri passeggiavano tranquillamente per le vie di Bari, quando la loro mala sorte li portò in via Sagarriga Visconti, dove s’imbatterono nel maresciallo dei RR. Carabinieri, signor Bruni, che già teneva i connotati dei due.
Il Bruni li riconobbe subito, si avvicinò ad essi e li dichiarò in arresto.
Vennero condotti in caserma.

tratto e adattato da Corriere delle Puglie del 09/08/1900, pag. 3

Michele D. fu ucciso con due colpi al petto di arma pungente e bitagliente. Dopo il delitto Giuseppe e Luigi scapparono da Santeramo, essendoci stati gli altri ragazzi che raccontarono l’accaduto alle forze dell’ordine accusandoli dell’omicidio. Non andarono molto lontano, cercando rifugio nella più caotica Bari. Pochi giorni dopo i due aggressori furono notati, probabilmente aggirandosi con fare sospetto, nelle vie del quartiere murattiano di Bari. Ma c’era anche un terzo componente tirato poi in causa nel processo.

Corriere delle Puglie del 05/06/1901, pag. 3
Corriere Giudiziario
Corte di Assise di Bari
Udienza del 4 giugno

Un grave omicidio

Presidente Orestano — Giudici Lorè e Truppi — P.M. avv. Germano — P.C. avv. Antonio Milano — Difesa avvocati F. Peruzzi, G. Fione e D. Sagarriga Visconti — Cancellier Galasso.
Ecco il fatto come lo si rileva dall’atto di accusa.
Nella sera del 5 Agosto fu rinvenuto sulla estramurale di Santerarno, il cadavere di Michele D. di Francesco D, col petto intriso di sangue. Il Michele D. era stato vittima di due colpi di arma pungente e bitagliente nella regione del petto.
Dalle indagini risultò che autori del reato erano stati Giuseppe T. come esecutore; e Diomede T. ed Emmanuele D., come cooperatori immediati.
La sera dei 5 agosto, il Michele D. trovavasi in compagnia di cinque amici, quando fu sopraggiunto da Pasquale C. e Francesco L.. Per la intimità che vi era tra iI Michele D. e il Francesco L., questi ingiungendo all’altro di ritirarsi gli tirò alcuni colpi di correggia che aveva staccata dai pantaloni.
Subito dopo arrivò lì un’altra comitiva di giovani, fra cui il Diomede T., Giuseppe T. e il Emmanuele D.. Il primo di essi fattosi innanzi, e pigliando un atteggiamento di superiorità, dette uno spintone al Michele D., chiamandolo infamone.
ll Michele D. fece osservare al Diomede T. che era stato imporiano per essere entrato in fatti che non gli riguardavano.
Poco discosto intanto si erano fermati il Giuseppe T. e il Emmanuele D.. Il primo avendo intravisto nell’atteggiamento del Michele D. poco riguardo verso di lui gli si avvicinò e con spavalderia gli tiro due schiaffi, in seguito a che il Michele D. si slanciò contro l’avversario reagendo.
A questo il Diomede T. e il Emmanuele D. prestando man forte al Giuseppe T., furono sopra al Michele D. vibrando alla vittima dei tre compagni solidali, due colpi di stile in petto, per cui l’infelice senti mancargli le forze e cercò di appoggiarsi ad un carro che era li fermato.
Ma come colpo di grazia il Giuseppe T. tirò ancora un altro calcio al ferito, facendolo stramazzare al suolo.
II ferito cessò immediatamente di vivere e i tre si dettero alla fuga.

All’interrogatorio l’imputato Giuseppe T. dice che autore del delitto sarebbe stato il Diomede T.. Questi dichiara di non aver tirato che soltanto degli schiaffi al Michele D.. Il Emmanuele D. asserisce di non saper nulla del reato di cui trattasi.

Il carico conferma le circostanze che si rilevano dall’atto di accusa. Risulta poi dai testimoni del carico che gl’imputati erano dei soggetti temuti in paese perché ritenuti poco prudenti e di carattere accensibile.
Il discarico depone su qualche circostanza che tende ad attenuare la responsabilità degl’imputati.
Si esaurisce cosi la udizione dei testimoni e si rimanda a domani discussione e verdetto.
L’udienza è tolta alle ore 17.

tratto e adattato da Corriere delle Puglie del 05/06/1901, pag. 3

I tre ragazzi erano temuti a Santeramo per la loro prepotenza ma non è dato sapere cos’altro avevano già combinato in precedenza, in sostanza una specie di baby-gang di altri tempi. Fa un po’ impressione, continuando a leggere nella prossima trascrizione, come questi venivano già definiti “malavita“. Emmanuele D. era considerato di buona famiglia mentre Diomede T. era forse già stato accusato per qualche furto.

Del gruppo faceva parte anche Giuseppe T., di cui ho rintracciato il secondo albero genealogico che presento. Nacque nel 1883 da Luigi T. e Antonia D.. Luigi faceva il muratore e Giuseppe era destinato a fare lo stesso se non fosse per il giro di cattive amicizie di cui faceva parte.

Corriere delle Puglie del 06/061901, pag. 2-3
Corriere Giudiziario
Corte di Assise di Bari
Udienza del 5 giugno

Un grave omicidio

Presidente Orestano – Giudici Lorè e Truppi – P.M. avv. Germano – Cancelliere Galasso – Avv. di P.C. Antonio Milano – Avv. di difesa – Peruzzi, Fione e Sagarriga.
L’udienza si apre alle ore 10.
Ha la parola per primo l’avv. Milano di P.C.
Egli molto brevemente fa la storia dei fatti come sono risultati dal dibattimento, e sostenendo la responsabilità dei 3 imputati, chiede un verdetto affermativo.
Il P.M. avv. Germano sostiene, con vivacità di convincimento la imputazione dei 3 accusati.
Ritiene con le prove specificate e generiche che autore principale sia stato il Giuseppe T. e che gli altri due siano correi. Nota che i 3 appartenevano a quella classe di giovinastri prepotenti che vanno sotto il nome di mala vita. Ed è tanto vero questo che, il Giuseppe T. è stato processato ed assoluto per insufficienza di indizi per il reato di associazione a delinquere. Chiede quindi ai giurati che ritengano il Giuseppe T. colpevole di omicidio, e che se i giurati non vorranno che gli altri due si abbiano come cooperanti immediati, non potranno questi sfuggire alla complicità dell’omicidio.
L’avv. Fione difensore del Diomede T., sostiene che per il suo difeso non ci è cooperazione e neanche complicità e discutendo la causa dice che non è giusto che solo perchè il Diomede T. non ha buoni precedenti deve rispondere di un reato che non ha commesso.
Cerca dimostrare che il Diomede T. può essere la stoffa di un ladro, ma non ha un carattere sanguinario. Nega quindi che il Diomede T. sia un picciotto e chiede per lui un verdetto di assoluzione tanto più che da 10 mesi sconta la sua leggerezza.
L’acc Sagarriga, difensore del Giuseppe T., giustificando che questi non può essere ritenuto come dedito a delitti di sangue, rileva che se ha commesso il reato, lo ha commesso in seguito alla provocazione del Michele D.. Discute quindi la tesi della provocazione, e chiede ai giurati un verdetto che ritenga il Giuseppe T. colpevole dell’omicidio del D’Ambriosio col beneficio della provocazione o grave o al minimo lieve.
Alle 12 si sospende l’udienza.

***

Alle 13 si riapre l’udienza.
Ultimo oratore è l’avv. Peruzzi difensore del Emmanuele D..
Egli sostiene che il suo difeso non deve rispondere di nulla, perchè trovavasi per caso nella compagnia di Giuseppe T., e perchè non prese nessuna parte al detto reato. Dice che il suo difeso di ottima famiglia ha buoni precedenti, e quindi chiede ai giurati un verdetto di assoluzione.

Dopo il riassunto del presidente i giurati si ritirano nella sala delle deliberazioni ed escono poco dopo col seguente

Verdetto

che ritiene Giuseppe T. di omicidio volontario in persona di Michele D..
Diomede T. cooperatore immediato in detto reato e Emmanuele D. complice non necessario.
Il P.M. chiede per Giuseppe T. al quale si deve dare il beneficio della minore età, 12 anni di reclusione, per Diomede T. anni 18 e per Emmanuele D. anni 18.
La P.C. oltre la pena corporale come per legge chiede una liberanza provvisionale di lire tremila. La difesa di Giuseppe T. e Diomede T. si rimettono alla Corte. La difesa di Emmanuele D. chiede che si parta dal minimo.

La Corte
condanna Giuseppe T. alla pena per anni 12, Diomede T. per anni 18 e Emmanuele D. per anni 15 di reclusione, tutti e tre alla sorveglianza speciale per anni 2 e alle pene accessorie.

tratto e adattato da Corriere delle Puglie del 06/061901, pag. 2-3

La Corte confermò le richieste del P.M. per Giuseppe T. e Diomede T., mentre riconobbe ad Emmanuele D. un ruolo secondario condannandolo comunque a 15 anni anzichè i 18 richiesti.

Probabilmente la giovane età di Giuseppe lo aiutò anche nel accelerare i tempi di detenzione, fino ad uscire dal carcere qualche anno prima rispetto alla pena comminata, massimo 10 anni anzichè 12. Imparò il mestiere del barbiere e fuori dalla prigione poté rifarsi una vita, sposando nel 1911 Pasqua C..

Fonti consultate

Corriere delle Puglie del 09/08/1900, pag. 3
Corriere delle Puglie del 05/06/1901, pag. 3
Corriere delle Puglie del 06/06/1901, pag. 2-3

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