Francesco Buono, brigante Senzafegato

La seconda metà dell’ottocento è stata alquanto burrascosa in Italia, neonata nazione. Anche Santeramo non rimase immune dal brigantaggio, e in questo articolo vorrei fare ordine, almeno dal punto di vista cronologico, tra le vicende che hanno riguardato un santermano, non uno qualsiasi.

La nascita nel 1839

Era lunedì, erano le tredici circa del 14 ottobre 1839 e a Santeramo nasceva Francesco Buono, secondogenito della ventottenne Lucia Di Leone e del “fabbricatore” trentacinquenne Michele Buono. Era una famiglia di muratori, dato che anche il padre di Michele, da cui aveva preso il nome per il figlio, era muratore.
Su Partecipare n. 387, Alberto Di Leone scrive che Francesco sarebbe nato a Cassano nel 1832, ma si tratta solo di un omonimo, dato che quest’altro bambino risulta figlio di Battista Buono anzichè Michele Buono, come riportato in altri documenti.

Atto di nascita di Francesco Buono
Atto di nascita di Francesco Buono

In questa immagine vediamo l’atto di nascita originale di Francesco Buono, in cui abbiamo corrispondenza con l’età facendo il confronto con i documenti successivi, ma anche una nota in esso riportata ci darà poi conferma che si tratta del Francesco giusto…
Francesco cresce a Santeramo con altri quattro tra fratelli e sorelle. La primogenita Rosa Buono, la terzogenita Antonia Buono saranno tessitrici, il più piccolo Nicola Buono sarà un contadino, mentre di Erasmo Buono non ho notizie. E Francesco? Sarà un brigante.

La sommossa del 1860

Le prime testimonianze scritte che lo riguardano appaiono negli atti processuali relativi alla sommossa del 1860. Francesco Buono, appena ventunenne, era presente e chiamato a testimoniare oltre che essere tra i tanti accusati.

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Imputati arrestati con prove insufficienti

Francesco Buono di Michele, di anni 20, vaccaro, di Santeramo. Detenuto in Gioia poi Trani.
Nessun testimone gli dà carico di sorta nell’insurrezione. E per il suo interrogatorio, avvalorato da prove a discolpa, si ha che nel tempo dell’insurrezione era rimasto in campagna a guardare gli animali del suo padrone, cui era addetto; che verso le quindici del giorno 10 dicembre rientrava in paese per provvedersi di pane, e venne arrestato dalla Nazionale di Altamura.

tratto e adattato da La sommossa del 1860 a Santeramo in Colle ed il processo ai ribelli, Paolo Spinelli, p. 115

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Venne dunque scagionato.

Il brigantaggio

In quegli anni molti ragazzi erano obbligati a prestare servizio militare facendo i soldati per i borboni, padroni del cadente Regno delle Due Sicilie. Chi si rifiutava era costretto a nascondersi. Secondo Lorenzo Musci quindi l’attività illecita di Francesco Buono iniziò con la fuga dai doveri militari, e con il successivo sostegno ai poveri contadini che erano vivevano sotto le dipendenze dei proprietari terrieri.
Un altro articolo di Domenica Terrusi riporta invece che già nel 1862 Francesco Buono capeggiava una banda di briganti che, nell’ottobre del 1862, si aggrega a quella del brigante Antonio Locaso di Abriola (PZ), detto “Crapariello” o “Capraro“.

Sebbene commise furti, rapine, aggressioni a mano armata, nessuno dei suoi delitti sfociò nell’omicidio, prendendo una strada diversa da quella di briganti più temuti come Carmine Crocco da Lagonegro. Imponeva il pagamento di somme di denaro alle sue vittime, solitamente facoltosi agricoltori.
Si fermava a passar la notte con la sua banda in diverse masserie, obbligando i padroni di casa a dare rifugio temporaneo ai suoi uomini. Il mattino dopo la banda toglieva il disturbo “non prima di aver accettato una scodella di latte appena munto“. Il suo raggio d’azione da Santeramo raggiungeva Cassano, Gioia ed Acquaviva.
Dunque Francesco Buono è stato un semplice brigante, senza voler collegare ideologismi politiche alle sue attività, a differenza di altri briganti del luogo come il Sergente Pasquale Domenico Romano.

La prima condanna e la latitanza

Il criminale con sentenza della stessa Corte in data 30 giugno 1865 era stato condannato ad anni venti di lavori forzati, ma evaso nel frattempo dalle carceri si rese irreperibile.
La latitanza durò vari anni durante i quali il Buono commise vari delitti oltre quello in danno del Di Santo, costituendo e associandosi ad altre bande armate compresa quella di Antonio Locaso.
Questo stato di cose allarmava grandemente i cittadini generando giustificati e diffusi timori.

Il rapimento di Giovanni Di Santo

Nel 1868 si realizzò il crimine che più di ogni altro lo ha reso noto, ovvero un rapimento. Da tempo cercava di rapire Antonio Di Santo, un ricco proprietario terriero della zona, senza mai riuscirvi. Si narra che avesse un cavallo bianco, il cui fiuto riusciva ad intercettare la presenza di briganti malintenzionati nelle vicinanze, e per questo il cavallo si metteva al galoppo portando Di Santo in salvo. Potrebbe essere solo una leggenda ma tant’è che si è tramandata col tempo.
Il 25 settembre 1868, un venerdì, nonostante il cavallo desse segni di esser raffreddato, e quindi non poter sentire gli odori, Giovanni Di Santo, quasi ventisettenne figlio di Antonio Di Santo, nato il 22/10/1841, uscì dirigendosi verso la zona della Gravinella. Qui si nascondeva il brigante Senzafegato, e questa volta riuscì nel suo intento.

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Il brigante Senzafegato e il cavallo dal fiuto infallibile

Nel dicembre del 1860 scoppiò a Santeramo in Colle, paese in provincia di Bari, una sommossa popolare come reazione nei confronti di alcune famiglie borghesi che ambivano a controllare i più importanti luoghi di potere cittadini. La sollevazione fu guidata da soldati borbonici sbandati che presero il controllo del paese, aiutati da un gruppo di briganti del posto, che si resero protagonisti di diversi omicidi, furti e sequestri di persona a Santeramo e nelle zone confinanti.
A pochi chilometri dal centro abitato tuttora sorge un’intricata foresta di lecci, da tutti nota con il nome di “Parco dei Briganti“.
Qui, durante il periodo della sommossa, in caverne nascoste in cui facile era far perdere le proprie tracce, molti malfattori si rifugiavano per evitare di essere catturati dalle autorità dell’epoca.
Tra tutti, ricordiamo il brigante Francesco Buono, noto come “Senzafegato“, il più cattivo tra i briganti di Santeramo, il quale, dopo le tante azioni turpi compiute, decise di rapire unicamente a scopo di lucro, il ricco proprietario terriero Antonio Di Santo.
Si narra che molti tentativi di sequestro fossero falliti poiché Di Santo possedeva un cavallo sensibile all’odore del brigante, che riconosceva prima che entrasse in azione. Ogniqualvolta il brigante era in zona, il cavallo si metteva in fuga, riuscendo a salvare la pelle del suo padrone. Può essere davvero tanto infallibile il fiuto di un cavallo?
Quello che è certo è che un giorno [Giovanni Di Santo, figlio di Antonio, NdR] Di Santo venne catturato dal brigante “Senzafegato“. Non solo. Gli venne mozzato un orecchio e consegnato ai familiari insieme alla richiesta di 5’000 ducati d’oro. La somma ingente venne raccolta grazie a una colletta dell’intera comunità. Il [figlio del, NdR] ricco proprietario terriero venne liberato e il ricordo del rapimento rimase vivido anche negli anni successivi.
Sì, ma che ne fu del cavallo sensibile all’odore del brigante?
A quanto pare il giorno del rapimento del suo padrone aveva un raffreddore così forte da impedirgli di riconoscere il temuto “Senzafegato“. Almeno, questo è quello che a noi è stato tramandato. Forse, molto più semplicemente cavalli dal fiuto infallibile non esistono neanche nelle migliori leggende.

tratto e adattato da 101 misteri della Puglia che non saranno mai risoltiRossano Astremo, Newton Compton Editori, 01/10/2012

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Lorenzo Musci racconta un’altra versione dei fatti, secondo la quale Di Santo venne prelevato dalla sua tenuta dalla banda di Senzafegato, e non catturato mentre era in giro. Ma ciò ha delle incongruenze per il semplice fatto che Musci riferisce che Di Santo scrisse di suo pugno ai familiari l’ordine di distribuire ai bisognosi di Santeramo una certa quantità di beni di prima necessità come farina, fave, ceci, lenticchie, olio, sale, vino. Mentre dalla sentenza è evidente che fu il figlio del proprietario terriero ad esser rapito, e appare strano che un figlio possa impartire ordini simili. Secondo Musci inoltre alla vittima non fu torto un capello, ma in base alla leggenda al Di Santo fu mozzato un orecchio, mentre secondo Vittorio Tangorra gli fu mozzato un dito, il pollice destro. Il dubbio credo che si possa eliminare semplicemente consultando le carte processuali che dovrebbero ancora esser conservate presso l’Archivio di Stato.
In diverse fonti si riporta spesso che ad esser rapito fu lo stesso Antonio Di Santo, ma in realtà fu il figlio Giovanni, come anche emerge da una sentenza successiva. Ciò è anche confermato da Vittorio Tangorra, del quale Giovanni Di Santo, avvocato, era fratello al nonno materno.
Viene anche riportata la cifra di 25’750 lire, che al cambio di 4,25 fissato con l’Unità d’Italia, corrispondono a 6’058 ducati, che sembra fu raccolta tramite una colletta.

 

La trappola

Lorenzo Musci, sebbene racconti la vicenda di Senzafegato da un punto di vista in suo favore, è l’unico che descrive anche quello che avvenne dopo il rapimento e la liberazione di Giovanni Di Santo,
A Santeramo fu affisso un manifesto con una cospicua taglia a favore di chi fosse stato capace di far catturare il brigante. Sembra che qualcuno effettivamente a Santeramo abbia tradito il brigante collaborando con i gendarmi in modo da favorirne la cattura.
Francesco Buono aveva un amore segreto e la casa dell’amata era a Largo Convento, che allora era periferia del paese. Il traditore conosceva bene le abitudini di Senzafegato e come faceva ad incontrare la sua amata.
Favorito da complici il bandito riusciva sempre a deviare ogni ricerca finché un giorno la fortuna non fu più dalla sua parte e venne catturato, forse proprio per colpa di un traditore. Quest’ultimo, il cui nome sembra sia stato nascosto, incassò la taglia e abbandonò Santeramo.

La cattura

Lorenzo Musci riferisce chei gendarmi organizzarono la trappola semplicemente circondando di notte la casa dell’amata a Largo Convento, con i fucili pronti a sparare. Prima dell’alba Francesco Buono si presentò fuori dal portone e fu gravemente ferito dai colpi di fucile.
Alberto Di Leone riporta invece che venne “acciuffato in un cruento corpo a corpo con carabinieri e guardie campestri”, tra i quali Giuseppe Nicola Capozzi, nonno di Alberto Di Leone, con il fratello Vitantonio Capozzi,

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Bari, 16. Un dispaccio telegrafico reca:
Nella notte scorsa fu arrestato a Santeramo il brigante Francesco Buono soprannominato Senzafegato, il quale, avendo opposta vigorosa resistenza, fu gravemente ferito.
Il Francesco Buono era un evaso dalle galere. Rifugiatosi nell’ex-Stato pontificio, faceva di quando in quando delle scorrerie nella provincia di Bari e seguatamente nel circondario di Altamura, teatro delle primitive sue gesta, incutendo dappertutto lo spavento, il terrore.
L’arresto di lui è un importantissimo servizio reso alla pubblica sicurezza in Terra di Bari, che è ora libera affatto da briganti e da brigantaggio

tratto da Gazzetta Piemontese del 20/02/1871, p. 1

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Nell’interrogatorio che rese dinanzi al Pretore di Santeramo negò tutto con i più impensabili alibi e le più incredibili scuse.
Un solo fatto ammise e fu il sequestro di Giovanni Di Santo. Vi erano troppe prove contro di lui e soprattutto quelli con cui aveva trattato il riscatto ricevendone il prezzo.

La condanna a vita

Il giorno 8 ottobre 1869 la Corte di Assise di Bari emette una nuova sentenza di condanna:

[…] Francesco Buono fu Michele, di anni 30, contadino di Santeramo, latitante e recidivo, alla pena dei lavori forzati a vita, alla perdita dei diritti politici, alla interdizione patrimoniale, alle spese processuali in favore dell’Erario dello Stato, ed al risarcimento dei danni verso la parte lesa, essendo stato riconosciuto colpevole di estorsione violenta di L. 25’750 in pregiudizio del Sig. Antonio Di Santo, avvenuta in tenimento di Santeramo il 25 settembre 1868 col sequestro della persona del di costui figlio sig. Giovanni Di Santo.
Il Presidente della Corte ordina altresì che la sentenza venga stampata, affissa e pubblicata nella città di Bari ed in quella di Santeramo. […]

La gravità del fatto lo esigeva ed è per questo che ad esso venne dato così estesa diffusione.
Le cronache paesane raccontano che di lui non si seppe più nulla.

Il matrimonio di cui nessuno sapeva

Finisce così in carcere, per esser precisi nelle carceri del Castello Svevo di Bari. Ma mentre il suo destino sembrava ormai definito, sono riuscito a trovare un documento, di cui non parla alcun’altra fonte. Nonostante fosse incarcerato, in prigione Francesco Buono si sposò.

Atto di matrimonio tra Francesco Buono e Maria Giuseppa Caponio
Atto di matrimonio tra Francesco Buono e Maria Giuseppa Caponio

Sono riuscito a trovare questo atto di matrimonio che testimonia un fatto che finora nessuno conosceva, o almeno nessuno ha trasmesso, tra le fonti che ho trovato. Oltre questo atto sono presenti e consultabili sul portale Antenati anche le pubblicazioni di matrimonio fatte sia presso il comune di Bari che di Santeramo. Sono arrivato a questo atto proprio tramite la nota aggiunta sull’atto di nascita che si può vedere ad inizio articolo.
Pochi mesi dopo la sua cattura, tra gli atti di matrimonio relativi al comuni di Bari appare quello sopra riportato, in cui Francesco Buono, rimanendo in carcere, sposava Maria Giuseppa Caponio, contadina ventiduenne figlia del proprietario terriero Domenico Caponio e di Giacoma Caponio.
Francesco Buono, trentunenne, viene presentato come contadino, residente a Bari “infra l’anno“, mentre Maria Giuseppa Caponio ha dovuto ottenere un permesso per potersi recare presso le prigioni del Castello, inteso come Castello Svevo di Bari.
Al matrimonio hanno fatto da “testimoni scelti dai dichiaranti in appresso designati e qui in Bari residenti“: Filippo Milano fu Orazio Milano di anni sessanta, regio notaio, Giovanni Zivani fu Gaetano Zivani di anni quarantanove, proprietario, Marcellino Contento fu Francesco Saverio Contento di anni settanta, residente, Erasmo Schiavarelli fu Michele Schiavarelli di anni cinquanta, contadino.
Dunque il fatto che Francesco Buono avesse una relazione amorosa, come testimoniato da Lorenzo Musci, assume una valenza romanzesca ma reale. La ragazza che Senzafegato amava di nascosto era Maria Giuseppa Caponio, che lo vide catturato e ferito nei pressi di Largo Convento. La genuinità del suo sentimento non fu cancellato, e nel giro di pochi mesi ottenne il matrimonio.
Si tratta di una testimonianza inedita e sorprendente, che lascia trasparire un’immagine ancora più sfaccettata del brigante santermano.

Famiglia Buono - Di Leone
Famiglia Buono – Di Leone

La scomparsa

Sempre su Partecipare n. 387, Alberto Di Leone indica come Francesco Buono sia morto il 15/03/1872, un anno dopo la sua cattura, ma controllando gli atti di morte di Bari, città dove doveva essere ancora incarcerato, non risulta alcun Francesco Buono morto in quell’anno, e tantomeno tra gli atti di Santeramo. Si tratta quindi di uno scambio di persona fatto da Di Leone. Infatti tra gli atti di Cassano delle Murge risulta proprio il decesso di Francesco Buono figlio di Battista Buono avvenuto il 15/03/1872, quindi un’altra persona.

Si dice comunque che “morì nelle patrie galere per le quali tanto aveva operato per ben meritarle“. Ma oltre questa data non sono riuscito a trovar nulla, ne atti di morte e nemmeno di nascita di possibili figli. Il mistero rimane,

Il tesoro della Gravinella

Su diversi numeri di Partecipare si parla del bosco della Gravinella, un luogo selvaggio con improvvisi burroni e avvallamenti con alberi di lecci e uccelli che ve ne fanno la loro casa.
Esso è stato a lungo conosciuto proprio come Bosco di Senzafegato dal fatto che Francesco Buono lo utilizzasse come rifugio abituale, anche se ciò appare strano considerando la vicinanza al paese e alla facilità con cui si sarebbe potuto perlustrare.
Nel corso degli anni si è creduto che Senzafegato avesse accumulato una notevole ricchezza nascosta proprio nel bosco della Gravinella, ma questo appare inverosimile, dato che i territori da lui raggiunti non potevano certo ospitare gente tanto ricca da potergli consentire di accumulare un tesoro. Saranno quindi state solo immaginazioni infantili a far credere che sarebbe potuto esistere un forziere pieno di gioielli e monete d’oro seppellito sotto terra.
E negli scorsi anni, fino agli inizi degli anni duemila, c’era ancora gente che ha deturpato il territorio del bosco della Gravinella, sventrando il terreno, sollevando rocce e terra con picconi e scavando proprio in cerca di un fantomatico tesoro. Ma anche in maniera del tutto pericolosa, andando di notte o di prima mattina con esplosivo per far saltare interi costoni di roccia. Rovinando il prezioso sottobosco dell’Alta Murgia, terra del brigante Senzafegato.

 

Fonti consultate

Avere un fiuto… da cavallo! Isabella Salla Vecchia, Bau Boys TV,  08/02/2013
101 misteri della Puglia che non saranno mai risolti
Rossano Astremo, Newton Compton Editori, 01/10/2012
Santeramo: un paese, la sua storia, Scuola Primaria “Umberto I”, p. 23
Guida insolita ai misteri, ai segreti, alle leggende e alle curiosità della Puglia, Antonella Lattanzi, Natalino Lattanzi, Newton Compton Editori, 17/06/2015
Il Brigante “Senzafegato”, Andrea Riviello, I Care, Anno XII, Numero Speciale, Istituto Statale “don Lorenzo Milani”, p. 17
La sommossa del 1860 a Santeramo in Colle ed il processo ai ribelli, Paolo Spinelli, p. 115
Partecipare n. 185, Lorenzo Musci, 1991, p. 21
Partecipare n. 187, Vittorio Tangorra, 1991
Partecipare n. 384, Cosma Cafueri, 30/10/2010, p. 5-6
Partecipare n. 387, Alberto Di Leone, Natale 2010
Il Brigantaggio, Domenica Terrusi
Gazzetta Piemontese del 20/02/1871, p. 1

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