La vendetta di un marito

Gelosia e onore d’altri tempi.
Questo articolo che trascrivo risale ad inizio novecento. Narra una vicenda di gelosia e descrive gli sviluppi che ci sono stati dal punto di vista giudiziario.

Corriere delle Puglie del 10/03/1902, p. 2
La vendetta del tradito

SANTERAMO 9. – Ieri questa cittadinanza fu vivamente impressionata da un delitto, avvenuto nelle ore pomeridiane, per ragioni di onore.
Giovanni Stano fu Giuseppe Stano, di qui, tornato da Barletta dove era stato a lavorare, sorpresa la propria moglie fra le braccia del drudo, Raffaele Digregorio, uccise entrambi sul letto del peccato.
La moglie adultera chiamasi Chiara Dimita di Lorenzo Dimita.
Il marito omicida è latitante.

tratto e adattato dal Corriere delle Puglie del 10/03/1902, p. 2

Leggendo l’articolo che segue io stesso son rimasto a dir poco sconcertato, sia per come si sono evolute le cose ma anche per i toni utilizzati dal giornalista, che rappresentano una diversa concezione che si aveva all’epoca della giustizia. In seguito ho rintracciato anche i legami parentali che c’erano tra le persone coinvolte dal punto di vista genealogico.

 

Corriere delle Puglie del 19/11/1902, p. 3
Corriere Giudiziario
Corte d’Assise di Bari
Udienza del 18 novembre

Presidente Guerra, Giudici Villani e Mattioli, P.M. avv. Pignatelli, Avvocato di difesa Raffaele Bovio e Scipione Bovio, Cancelliere Galasso

Fatto

Giovanni Stano di Santeramo erasi ammogliato da parecchio tempo con Chiara Dimita, e l’unione dei coniugi era scorsa tranquilla, nè la moglie avea fatto mai dubitare il marito della sua fedeltà.
Avvenne intanto che lo Stano, dovendo andare a lavorare fuori dal comune, vi si recò lasciando sola la moglie.
Pare intanto, che la Dimita, volendo consolarsi della lontananza del marito, abbia avuta una tresca con un tale Raffaele Digregorio.
Il povero marito la sera dell’8 marzo 1902, avendo espletato il suo lavoro, ritornava in Santeramo, e com’è naturale, si recò direttamente a casa sua.
Ma giunto vicino la porta della sua abitazione, constatò con meraviglia che in casa vi era il lume acceso a quell’ora tarda. Bussò alla porta chiamando la moglie, ma questa non fu molto sollecita ad aprire, e quindi nella mente dello Stano, cominciarono a balenare dei sospetti.
Tali sospetti si accrebbero quando, entrato in casa, non si vide accolto con la solita gioia, ma invece con visibile turbamento.
Allora lo Stano, in preda ad una giusta irrequietudine, cominciò a girare per la casa, e vide nel camino della cucina il Digregorio rannicchiato.
Il marito oltraggiato, reso cieco dal furore, menò al Digregorio un colpo di zappa sulla testa. Il Digregorio si alzò ed estratto un pugnale si avventò contro lo Stano. Questi però, toltagli l’arma di mano, gl’inferse parecchi colpi e poichè il Digregorio era fuggito in strada, raggiuntolo lo finì menandogli ben 23 colpi di pugnale.
Poi vedendo che la moglie si allontanava, la raggiunse e trascinatala vicino al corpo del Digregorio finì anche lei, anche a colpi di pugnale.
Compiuta la feroce vendetta lo Stano si costituì ai carabinieri, raccontando il fatto. Fu rinviato quindi innanzi alla Assise per rispondere di uxoricidio e di omicidio.

L’udienza si apre alle 10.

Atto di Morte di Chiara Dimita
Atto di Morte di Chiara Dimita

Nel suo interrogatorio lo Stano racconta il fatto come risulta dall’atto di accusa e nel ricordarne i particolari, l’imputato si eccita vivamente.
Dai primi testimoni del carico risulta che la Dimita andava a lavorare in una masseria del Digregorio; che mentre lo Stano era assente da Santeramo, parecchie sere si vedeva il lume acceso in casa sua e si sentiva una voce d’uomo; che in quella sera lo Stano diceva alla moglie delle parolacce rimproverandole che mentre egli lavorava fuori paese essa si divertiva col compare.
Alle 12 si sospende l’udienza.

 Alle 13:30 si riapre l’udienza.

Atto di Morte di Raffaele Digregorio
Atto di Morte di Raffaele Digregorio

Dagli altri testimoni del carico si rileva che la moglie, nel momento in cui il marito la feriva, gli chiedeva perdono; che il Digregorio non usava portare armi indosso; che la Dimita parecchie volte era incaricata di accaparrare le donne per lavorare; e che essa aveva serbato sempre una condotta onesta.
Dal carico aggiunto trapela l’ipotesi che tutti e tre i fratelli Stano avessero ucciso il Digregorio per rubargli il portafogli.
Dal discarico risulta che fra il Digregorio e la Dimita esistevano relazioni di amicizia intima; che quindici giorni prima del reato il Digregorio verso le 22 fu visto di entrare in casa della Dimita e dopo entrato fu smorzato il lume e sino a mezzanotte non uscì più; che il Digregorio sedusse una ragazza e poi voleva cederla ad un altro; e che lo stesso Digregorio avvertito da amici a lasciare la tresca, rispose di non aver paura del marito.
Dopo l’audizione dei testimoni ha la parola l’avv Squicciarini della P.C.
Discute per dimostrare che il Digregorio era andato in casa dello Stano per fatti onesti e quindi quest’ultimo non aveva ragione a compiere l’omicidio.
Conclude concedendo solo all’imputato la provocazione e subordinatamente chiede che si condanni l’imputato al reato contemplato dall’art. 377 del Codice Penale.
Il P.M. avv Pignatelli sostiene, dopo una minuta discussione di doversi condannare lo Stano per omicidio e uxoricidio; subordinatamente applicarsi l’art. 377, non concedendo all’imputato che la sola provocazione.
Ha la parola l’avv. Scipione Bovio della difesa che con forma spigliata ed elegante e con una infinità di ragioni combatte gli argomenti della pubblica e privata accusa, dimostrando fino all’evidenza la tresca peccaminosa fra il Digregorio e la Dimita.
Con calde parole, fra le vive approvazioni del pubblico che gremiva la sala, chiede l’assoluzione dello Stano.
Indi ha la parola l’altro avvocato di difesa Raffaele Bovio, che dopo vibrato e sordio, con elevata competenza si occupa della parte dottrinale del processo. Discute felicemente sulla irresponsabilità dello Stano per trovarsi costui in istato di legittima difesa e sulla descrizione che della gelosia fa l’Ariosto, ricostruisce lo stato di incoscienza dell’accusato e con vivi colori descrive la scena di sangue. Chiude la sua difesa fra generali approvazioni.
Il presidente legge ai giurati le questioni e fa il riassunto. Alle 20:00 i giurati si ritirano nella sala delle loro deliberazioni e ne escono alle 20:35 col seguente

Verdetto

per quale si ritiene lo Stano aver agito nello stato di legittima difesa, per il che il presidente dichiara assoluto lo Stano e ne ordina l’immediata scarcerazione.
Il pubblico scoppia in un lungo e fragoroso applauso.

tratto e adattato dal Corriere delle Puglie del 19/11/1902, p. 3

Si tratta di una vicenda che si è conclusa con un verdetto che oggi sarebbe assurdo, in cui è stato in sostanza legittimato un duplice omicidio. Tra gli avvocati abbiamo visto il nome di Raffaele Bovio, a cui la città di Bari ha dedicato una via.

Ad inizio articolo il giornalista parla di un matrimonio duraturo trascorso tranquillo. Questo lo metto in dubbio analizzando gli atti civili di quegli anni. Dopo il matrimonio di Giovanni Stano e Chiara Dimita risulta che essi abbiano avuto 3 bambini, ma che purtroppo siano deceduti tutti ancora neonati. In quegli anni la mortalità infantile era ancora un problema.
Con queste tragiche vicende alle spalle immagineremmo che Giovanni Stano abbia vissuto in solitudine il resto della propria vita. Tutt’altro. Il verdetto lo ha scagionato e in meno di due anni si è risposato. Divenne sua seconda moglie Maria Cristina Cianciotti, vedova di Pietro Plantamura

Famiglia Stano-Dimita
Famiglia Stano-Dimita
Fonti consultate

Corriere delle Puglie del 10/03/1902, p. 2
Corriere delle Puglie del 12/03/1902, p. 2
Corriere delle Puglie
del 19/11/1902, p. 3

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