Il colera del 1837

Il colera è una malattia infettiva del tratto intestinale, caratterizzata dalla presenza di diarrea, spesso complicata con acidosi, ipopotassiemia e vomito. Il nome deriva dal greco choléra (cholé = bile) e indicava la malattia che scaricava con violenza gli umori del corpo e lo stato d’animo conseguente: la collera. Si diffonde a causa di precarie condizioni igieniche e sanitarie, per l’assenza di sistemi fognari efficienti o la contaminazione delle acque.
In Italia si sono verificate nel tempo varie epidemie, alcune molto gravi. Il territorio di Bari venne colpito nell’estate del 1836, quando ci furono centinaia decessi nel giro di soli 4 mesi. Nel giugno 1837 il vibrione colerico riprese per sei mesi circa mietendo altre vittime. In quegli anni non se ne conosceva esattamente la causa, e vennero raccolte testimonianze dai dottori del periodo.
Oggi sappiamo che il colera è causato da un batterio a forma di virgola, identificato per la prima volta nel 1854 dall’anatomista italiano Filippo Pacini.

Vibrio cholerae visti al microscopio elettronico a scansione
Vibrio cholerae visti al microscopio elettronico a scansione

Ma chi prima di lui nella provincia di Bari cercò di analizzare la situazione dell’epidemia fu il dottor Rocco Brandonisio. Nacque a Valenzano il 5 marzo 1788. Fu avviato agli studi da uno zio prete, poi si laureò in Medicina e Chirurgia a Napoli. Tornato nella città natale dove esercitò la professione medica. Occasionalmente si spostò anche nei comuni vicini, tra cui Santeramo, Triggiano e Bari. La sua salute fu precaria: era affetto da tisi polmonare, aveva una paresi alla mano destra che gli rese difficile scrivere. Nel novembre del 1835 partecipò ad un concorso a Napoli per l’attribuzione della cattedra di Medicina pratica presso il Real Liceo di Bari, ma non gli fu concesso di essere accompagnato da un amanuense che potesse scrivere per lui.
Quando nel 1836 vi fu la prima grande epidemia Santeramo ne rimase fortunatamente incolume. Il fatto che non ci furono malati acclamati è anche dimostrato dagli atti di un convegno di demografia storica del 1987.
Rocco Brandonisio fornisce una serie di testimonianze di quegli anni nel libro Cholera Morbus pubblicato nel 1839. E parla non solo del colera ma anche di un paio di situazioni che ci offrono spunti su come si viveva a Santeramo quasi due secoli fa.

Tutti i colerici che pervenivano in questo spedale civile non avevano una sala separata, e giacevano promiscuamente con gli altri infermi non Colerosi che si trovavano nello stabilimento; ma nessuno di questi soffrì il Colera, e neppure fu attaccato alcuno degli infermieri addetti alle strofinazioni, i quali maneggiavano i colerosi senza alcuna precauzione. Ciò si verificò ne’ due ricorrimenti del morbo. Un luogo dunque, può imprimere alla macchina tale condizione da non far risentire un dato contagio (p. 151). Si riferisce alla situazione dell’ospedale civile di Bari, dove gli affetti da colera non venivano isolati dagli altri pazienti. Nonostante ciò il colera non si diffuse nè agli altri ricoverati e nemmeno agli infermieri, i quali non adottavano alcuna precauzione, sia per il 1836 che per l’anno seguente. Ciò lo giunse anche a credere che un luogo circoscritto potesse limitare gli effetti di un contagio.

Nel comune di Santeramo quasi si restrinse in una grande strada e dove principiò allorchè i forestieri albergati ve lo condussero” (p.138). La diffusione del colera a Santeramo fu limitata, circoscritta ad una grande strada. I primi ad ammalarsi non furono santermani, ma forestieri, quindi giunti da altre città.

Santeramo ebbe il Colera in tempo che pervenivano i forestieri per fare la contumacia, e furono osservati i primi casi nella strada della locanda” (p. 350). Per contumacia si intende la quarantena, quindi scopriamo che a Santeramo vennero volutamente indirizzati dei malati di colera da altre città affinchè si potesse limitare un aumento dei contagi. Inoltre scopriamo che Santeramo aveva una locanda, e per l’uso dell’articolo determinativo immaginiamo che potesse essere l’unica.

Santeramo non ebbe il Colera ne’ suoi vichi stretti e sporchi, ed ove ancora esiste il riprovabile costume di buttare sulla strada i vasi immondi. Furono però travagliate le strade più larghe ed anche corrispondenti a’ giardini” (p. 151). Non esisteva acquedotto o sistema fognario, costruito nel ventesimo secolo. I rifiuti fisiologici venivano raccolti in vasi e sversati direttamente in strada. Il centro storico di Santeramo era fatto di strade strette e fatiscenti, basti pensare che Piazza Chiancone è stata realizzata proprio abbattendo le costruzioni esistenti anche perchè non si potevano garantire condizioni igieniche migliori. Ma nonostante questa condizione malsana non si verificarono casi di colera tra i residenti. Invece furono registrati dei casi nelle strade più larghe, quelle corrispondenti ai giardini, e in cui ci doveva essere la locanda, di cui però non so indicare con esattezza la zona. E si tratta comunque dell’anno 1837.

Dei dati più precisi riguardo quell’epidemia furono presentati in un convegno tenuto a Torino nel 1987, e raccolti nella relativa pubblicazione. I casi di colera che si ebbero tra il 1836 e il 1837 in provincia di Bari furono registrati, ed una rappresentazione sintetica ci fornisce i numeri che hanno riguardato Santeramo.
Nel 1837 scopriamo che Santeramo aveva esattamente 7081 abitanti.
Nella tabella viene indicato il numero totale di persone che hanno perso la vita a causa del colera, e quindi la percentuale, fortunatamente bassa. Basti pensare che in media, negli altri comuni, venne colpita una percentuale tripla di individui.
Viene anche indicato il numero di persone che si sono ammalate, facendo anche distinzione tra maschi e femmine.

Santeramo Colpiti Morti Letalità
Abitanti Morti Mortalità M F Tot M F Tot M F Tot
7081 17 0,24% 21 41 62 5 12 17 23,80% 29,26% 25,75%

A Santeramo quindi il colera è stato fatale per circa un quarto degli ammalati. Nel 1937 Santeramo registrò quindi solo 17 morti per colera, a fronte di 336 decessi in totale come indicato nel registro di quell’anno..

Nell’indagine di Rocco Brandonisio ci sono altre pagine che citano Santeramo, ma l’argomento di dissertazione non è più il colera, ma si espande ad altre malattie e circostanze ad esse connesse.

Si conosce che per circostanze locali può esistere una malattia distruttrice in una mandra senza esservi contagio, e più volte mi è toccato osservare che i bovi del sig. de Laurentiis di Santeramo hanno sofferto una malattia violenta senza interessare i bovi degli altri proprietarii” (p. 225). La famiglia altolocata dei De Laurentiis viene citata in merito ai suoi allevamenti, che sappiamo essere stata non solo di bovini ma anche di cavalli. Rocco Brandonisio parla della malattia di cui hanno sofferto dei capi bovini dell’allevamento, continuando la sua posizione per la quale una circoscrizione fosse utile a limitare i contagi, che non interessarono gli allevamenti di altre masserie.”In Santeramo un ragazzo maneggiava ed accarezzava un cane rognoso dello zio, ed egli addivenne rognoso ancora, infestando tutta la famiglia, che per tre anni in tre volte si vide rinascere la rogna in una maniera feroce, comunque scompariva sotto l’uso dello zolfo” (p. 193). Si parla di un ragazzo colpito dalla rabbia e seguito di un contatto di un cane malato, ed in seguito contagiò anche gli altri componenti della famiglia. La cura di Pasteur sarebbe arrivata solo cinquant’anni dopo, nel frattempo si cercavano delle evidenze per curare la rabbia, e Rocco Brandonisio riferisce di un effetto dato semplicemente dallo zolfo. 
“Raffaele Luparelli, che fu uno de’ pazienti, non ha veduto mai la rogna de’ cavalli comunicarsi agli uomini, ed egli con indifferenza ha maneggiato ed ha cavalcato questi animali
” (p. 193). In antitesi fornisce anche un altro esempio.

Si domanda: questo principio velenoso è un miasma nel pretto senso datosi a questa parola? Ed in tal caso deve supporsi che in ogni luogo, ov’è stato il Colera, vi dovevano essere le sorgenti, che lo emanavano. Esse dovevano essere nello stesso luogo del male, perchè si conosce che i miasmi non si allontanano troppo dal fonte che li genera; perciò son cause delle malattie endemiche. Santeramo, che è quattro miglia lontano dalle acque stagnanti, non soffre le malattie miasmatiche, che quando i suoi naturali si portano a travagliare in que’ luoghi nella stagione propria per i miasmi, e quando le acque cadute in maggio, e giugno si vanno a disseccare coll’inoltrarsi della stagione. Nessuno naturale, che non visita quelle campagne, vien infettato; e così per que’ paesi che sono distanti da’ fomiti miasmatici” (p. 269). Rocco Brandonisio continua la sua disanima dei luoghi in cui si origina il colera, e si riferisce a Santeramo. Santeramo aveva nel suo circondario diversi laghi o stagni paludosi che con l’estate finivano con il prosciugarsi durante l’estate. In particolare si parla di una zona stagnante a circa 6 chilometri di distanza dal centro abitato, e chi ne rimaneva alla larga poteva star tranquillo di non venir infettato.

In una delle ultime pagine viene raccontata un’esperienza che non è collegata con il colera. Rocco Brandonisio descrive la situazione riportando dei sintomi che si sono manifestati dopo una situazione particolare, che posso affermare ormai sarebbe molto difficile replicare. Mangiare rane di palude. Mentre si trovava nella zona tra Santeramo, Laterza e Matera, gli venne proposto di mangiare della carne di rana. Probabilmente si trattava di bombina variegata o semplicemente pelophylax esculentus, dato che è l’unica specie di rana indicata dal Parco Nazionale dell’Alta Murgia. Ebbe la rassicurazione che la carne di rana era buona e senza effetti nocivi, con l’unica precauzione di pulirle attentamente togliendo dei non precisati “filetti“. “Le sostanze medicamentose così agiscono sulla nostra macchina, facendoci vedere una predilezione ed un gusto specifico per alcune date parti, ed il sistema omiopatico è poggiato su questa osservazione per la scelta de’ rimedi. Come la cantaride ha la sua forza sopra la vescica, così l’hanno le ranocchie di certi dati luoghi. Quelle delle paludi di Santeramo, di Matera, Laterza ec., mangiate, eccitano una sensibilità nella vescica, ed una contrazione dolorosa, che obbliga l’individuo ad orinare ogni momento con dolore bruciante di dett’organo. Pare che questo acquisti una sensibilità da non poter tollerare una minima goccia di orina, che vi capita, e che è costretto cacciarla con dolore. Questo io soffrii per tre ore circa, dopo aver mangiato di quelle ranocchie una volta che volli far il saggio. Mi si diceva, che sono innocenti, allorchè si privano di alcuni filetti, ed io mi era determinato di replicare l’esperienza, quando non ebbi più favorevole occasione di procurarmele, nè posteriormente ho badato a tale saggio” (p. 395). Fu così colpito da una dolorosa cistite.

Fonti consultate

Il Cholera-morbus che nel 1836 e 1837 travagliò Bari ed altri luoghi della provincia sotto l’impero dell’analisiRocco Brandonisio, Tipografia Fratelli Cannone, Bari, 1839
La popolazione delle campagne italiane in età moderna, Torino, 3-5 dicembre 1987
Il colera a Bari, storia e curiosità, Vittorio Polito, GiornaleDiPuglia.com, 29/11/2014

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